«Ehi, tu, vecchio villico», chiamò il capitano, protendendosi oltre la sella del portabandiera per attirare l’attenzione di Cazaril.

Pur sapendo di essere l’unico sulla strada, Cazaril si trattenne a stento dal girare la testa per vedere a chi si stesse rivolgendo. Poi però si rese conto che i soldati dovevano averlo scambiato per qualche contadino locale, diretto al mercato o impegnato ad assolvere qualche incarico, e dovette ammettere che, in effetti, il suo aspetto era tale da avvallare una supposizione del genere. I logori stivali coperti di fango, l’assortimento di abiti spaiati, frutto di elemosina, che lo proteggevano dal gelido vento di sud-ovest — e per i quali lui era profondamente grato a tutti gli Dei — e la barba di due settimane che gli faceva prudere il mento potevano giustificare l’appellativo «villico». Anzi il capitano avrebbe potuto usare termini anche più rozzi… ma perché «vecchio»?

Il capitano del drappello indicò un punto più avanti, lungo la strada, dove un altro sentiero incrociava quello su cui si trovavano. «È quella la strada per Valenda?» chiese.

Erano trascorsi… Cazaril fu costretto a concentrarsi per contare gli anni, e il risultato lo lasciò sgomento. Diciassette anni se n’erano andati dal giorno in cui aveva percorso per l’ultima volta quella strada, diretto non verso una cerimonia, bensì verso la guerra, al seguito del Provincar della Baocia. Benché seccato che la sua cavalcatura fosse un semplice castrato e non un più appariscente destriero da guerra, a quel tempo lui era giovane, arrogante, vanesio e accurato nel vestire quanto quei giovani che lo stavano squadrando dall’alto in basso. Oggi sarei già contento di avere un asino, anche se dovrei piegare le gambe per non far strisciare i piedi nel fango, pensò.



2 из 603