
Si concesse un sorriso nel sollevare lo sguardo sui soldati-fratelli, ben sapendo che troppo spesso quelle facciate tirate a lucido erano solo un modo per nascondere borse vergognosamente vuote.
I soldati continuarono a squadrarlo con alterigia, quasi potessero avvertire il suo odore. Del resto lui non era qualcuno su cui desiderassero fare buona impressione: non era un nobile che poteva rivelarsi generoso nei loro confronti, ma un soggetto su cui esercitarsi ad assumere un’aria sdegnosa e aristocratica. Senza dubbio, quei ragazzi stavano scambiando l’espressione con cui lui li osservava per ammirazione, o forse addirittura per stupidità.
Cazaril represse la tentazione d’indicare alla colonna la direzione sbagliata, indirizzandola verso qualche pascolo per le pecore, od ovunque andasse a finire quel bivio dall’aspetto ingannevolmente ampio: non era il caso di giocare uno scherzo del genere ad alcune guardie al servizio della Figlia. Proprio alla vigilia del Giorno della Figlia, poi. Inoltre, gli uomini che entravano a far parte dei sacri ordini militari non erano particolarmente famosi per il loro senso dell’umorismo, e lui avrebbe potato incontrarli ancora, siccome era diretto a Valenda.
«No, capitano», rispose quindi, dopo essersi schiarito la gola, perché era dal giorno prima che non rivolgeva parola ad anima viva. «La strada per Valenda è indicata da una pietra miliare del Roya che si trova qualche miglio più avanti. Non vi potete sbagliare», aggiunse, tirando fuori una mano dalle calde pieghe del cappotto per indicare. Le dita contorte però non si raddrizzarono del tutto e lui si trovò ad accennare alla strada con una mano che sembrava un artiglio. L’aria gelida gli aggredì le articolazioni gonfie, inducendolo a ritrarre in fretta l’arto nel suo nido di stoffa calda.
