Per quanto si fosse mosso con cautela, le vecchie ferite sulla schiena gli causarono un intenso dolore. Per gli Dei, mi muovo come un vecchio, si disse, mentre cercava di riprendere fiato e si rimetteva in piedi, sentendosi come un centenario o come una zolla di fango sotto il tacco dello stivale del Padre dell’Inverno, pronto a lasciare il mondo.

Ripulita la piccola moneta d’oro, Cazaril tirò fuori la sacca, che era vuota, lasciò cadere il sottile disco di metallo nella sua bocca di cuoio e indugiò a contemplarne il solitario bagliore, prima di riporre la borsa con un sospiro. Adesso poteva essere derubato dai banditi: aveva di nuovo un motivo per aver paura.

Nell’avviarsi con passo incespicante lungo la strada, indugiò a meditare su quel nuovo fardello, tanto opprimente rispetto al suo peso insignificante, quasi al punto di non valere il rischio. L’oro, la tentazione dei deboli, la stanchezza dei saggi… Cosa rappresentava per quel soldato dallo sguardo ottuso, che aveva mostrato tanto imbarazzo per la propria involontaria generosità?

Cazaril lasciò vagare lo sguardo sullo spoglio panorama circostante. Soltanto sulle rive del lontano corso d’acqua crescevano alberi spogli e cespugli spinosi, scuri come il carbone nella debole luce mattutina. L’unico possibile riparo nelle vicinanze era un mulino abbandonato che sorgeva su un’altura alla sua sinistra, col tetto crollato e con le pale fatiscenti. Tuttavia, giusto per non rischiare…

Allontanatosi dalla strada, iniziò a risalire la collina. Confrontata coi passi montani che lui aveva attraversato appena una settimana prima era soltanto una collinetta, però la salita gli tolse il fiato al punto d’indurlo quasi a tornare indietro. Lassù il vento era più forte, con folate improvvise che agitavano i ciuffi dorati di secca erba invernale. Spostatosi in modo che il mulino lo proteggesse dal vento, Cazaril entrò nell’edificio e salì una scala pericolante che seguiva una parete, sbirciando poi all’esterno attraverso la finestra priva d’imposte.



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