
Sulla strada sottostante, un uomo stava conducendo un cavallo marrone lungo il sentiero: non sembrava uno dei soldati-fratelli, bensì un servitore. Teneva le redini in una mano e un solido randello nell’altra. Possibile che fosse stato mandato dal suo padrone per recuperare la moneta d’oro a spese del vagabondo incontrato lungo la strada? L’uomo superò la curva, scomparendo al di là di essa soltanto per riapparire dopo pochi minuti. Si fermò a fissare il ruscelletto fangoso, girandosi sulla sella per scrutare i pendii deserti, prima di scuotere il capo con aria disgustata e di spronare il cavallo per raggiungere la colonna.
D’un tratto, si rese conto che stava ridendo. Era una cosa che gli pareva strana e poco familiare, un tremito impresso alle sue spalle che non derivava dal freddo o dalla paura. E notò anche un vuoto dentro di sé, una totale assenza di… cosa? D’invidia lacerante? Di ardente desiderio? Sapeva soltanto che non aveva nessuna voglia di seguire i soldati-fratelli, che non voleva più essere uno di loro. Li aveva guardati passare con assoluta indifferenza, come se stesse assistendo a uno spettacolo sulla piazza del mercato.
Per gli Dei, devo proprio essere stanco, pensò, consapevole di essere anche affamato. Mancava però ancora un buon tratto di strada, un quarto di giornata di marcia, prima di arrivare a Valenda, là dove un cambiavalute avrebbe potuto convertire il suo reale d’oro in un gruzzolo di vaida di rame, certamente più facili da spendere. Quella notte, con la benedizione della Signora, forse sarebbe riuscito a dormire in una locanda e non in una stalla, avrebbe potuto comprarsi un pasto caldo, concedersi una rasatura, e soprattutto un bagno…
