Anche Glen Tuttle, uno psicopatico inguaribile, e Almedo Zigerra, Joan Turnbul, Fritz Wonchalk, Speeman Van Tuerk, e ancora altri, tutta gente che si sentiva a disagio in questo mondo; incapaci di compromessi sociali, malati d’evasione, se ne andarono dalla Terra a uno a uno, con più o meno clamore e pubblicità. Nessuno ritornò. Il Club dello Spazio accolse con entusiasmo la donazione di 100.000 dollari da parte di un magnate dell’industria dei trasporti, Reich, e annunciò che presto l’uomo avrebbe lasciato la terra per il suo primo viaggio negli spazi. In realtà era cosa già avvenuta.


Varcata la soglia, si trovò nella tranquillità dello studio e si guardò attorno. Era una donna sciatta, sui quarant’anni, appassita, spaventata. Scorse subito l’uomo seduto dietro la scrivania, un giovane coi capelli e gli occhi neri, la pelle bianca e vellutata come quella di Duffi.

— Avanti signora. Accomodatevi.

Aveva una voce bassa, leggermente roca, come se celasse passioni represse.

— Grazie — sedette, faticosamente. Ha l’aria troppo ambigua. L’aria di un ladro. Hanley dice che potrebbe anche essere in regola. Io non ci credo.

— Qual è il vostro nome, signora?

— Il mio nome? Rhoda Rennsaeler, se leggete tra le righe. Sono la signora Nolles, moglie di Thomas Nolles. Il mio nome è Elvira.

— E il vostro problema, signora Nolles?

— Bene, continuo a sentire quelle voci che mi parlano all’orecchio. Così ho pensato che un dottore…

— Non sono un dottore, signora. Cercate di capire. Non esercito la professione del medico. Do solo consigli ai miei amici. Potete chiamarmi semplicemente signore, non dottore, signor Lorry Gart.

Prudente l’amico. Ma te la farò, furfante, non te l’immagini neppure come te la farò.

— Il vostro problema, signora Nolles? — ripeté Gart.

— Si tratta di quelle voci. Mi dicono che io sono Dio. E se non cadi a questa uscita, allora sei più furbo di quanto credessi. Posso pagare la visita. Ho qui dei bigliettoni che te li sogni, tu, maledetto ciarlatano.



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