
Allungò la mano per prendere la bottiglia.
Suonò il telefono.
Pen barcollò. La sua mano strinse il collo della bottiglia. E la tenne stretta.
Il telefono squillò di nuovo.
BASTARDO, NON HAI IL DIRITTO!
Ogni squillo era un colpo al cuore, le mancava il respiro.
Immaginò di emergere dalla vasca e di precipitarsi gocciolante nello studio. Sollevare la cornetta. Sporco degenerato, se mi richiami…
No, lui vuole proprio questo, la mia voce, la mia paura.
Un colpo di fischietto.
Il fischietto per chiamare la polizia era nel mazzo di chiavi. Che era nella borsetta. In soggiorno. Sul tavolino.
Prendilo e fischiagli nell’orecchio.
Così il tuo grosso cazzo si ammoscia, maledetto.
Finalmente il telefono tacque.
Pen rimase in ascolto. Sentiva il cuore battere forte, il respiro ansante, l’acqua che gorgogliava mentre la vasca si svuotava, silenzio dietro la porta del bagno.
Lui sa che sono in casa. La segreteria non ha risposto.
La vasca si svuotò. Pen rimase seduta, tutta bagnata. Aveva freddo, tremava.
Restò lì con le ginocchia sollevate, i seni contro le gambe, le braccia attorno agli stinchi. I denti serrati perché non battessero.
Gocce d’acqua le scendevano sulla pelle.
E adesso che cosa faccio?
Fa’ in modo che non richiami.
Strinse più forte le gambe.
Subito, ora.
Pen allentò la stretta.
Si sentiva molto nuda e vulnerabile quando si alzò in piedi sollevando una gamba oltre il bordo della vasca.
Se adesso suona, pensò, cado e mi fracasso la testa.
Sollevò l’altra gamba. Tutti e due i piedi sulla stuoia.
È scaduto il tempo, verme.
Ebbe la sensazione di averlo fregato, di aver ottenuto una piccola vittoria.
Poi l’asciugamano caldo e soffice. Le portò via l’umidità, calmò i brividi. Quando smise di stringere i denti, sentì il dolore alle mascelle.
