Pen tirò un profondo sospiro. Le girava la testa e si sentiva mancare. Qualcosa non va, pensò. Troppa vodka? Avrebbe voluto bere un altro sorso, ma non osò.

La foto successiva mostrava un uomo.

Era su un tavolo, un panno blu gli copriva la faccia. Era nudo. La pelle rossa. «Questo non è lividore post-mortem, né scottatura da sole. Questa è cianosi», spiegò il medico legale. Pen seguitò a sbirciare il pene inerte del morto, distolse lo sguardo, guardò di nuovo.

Chiuse gli occhi. Aveva la faccia fredda e tirata. Se la sfregò con una mano. Era umida.

Lo chiamano sudore freddo, si disse.

Cristo.

Che cosa ci faccio qui?

Apparve un primo piano di una faccia scarna. Un uomo con le basette lunghe. E una macchiolina bianca fra i peli della narice sinistra. «Sempre la natura che lavora», commentò il coroner.

Pen sentì un ronzio nelle orecchie.

Il coroner indicò la chiazza bianca. «Uova di mosche. Simili a piccoli orologi. Sappiamo che se ne sono andate dopo la morte, perciò…»

Pen posò il bicchiere sul pavimento, raccolse la borsa e l’ombrello. Si alzò sulle gambe tremanti, passò davanti a Gary e si fece strada lungo la parete della sala finché raggiunse la scala che era piuttosto stretta. Si fermò, temendo di non riuscire a scendere. Si disse: forza, devo uscire di qui prima di vomitare.

Tenendo il manico dell’ombrello sul polso sinistro, afferrò la ringhiera di legno e iniziò a scendere.

Aveva la bocca piena di saliva. La scala era buia. Quando lei sbatteva le palpebre, lampeggiava una scarica elettrica azzurrognola. Strinse la ringhiera facendo scivolare la mano, pronta ad appoggiarsi se le gambe avessero ceduto.



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