
O svieni o vomiti, pensò. Una delle due.
Dio che disastro.
Uova di mosca.
Si controllò, la gola serrata, le lacrime agli occhi.
Arrivò in fondo alla scala e inspirò profondamente l’aria fresca. Servì. Il suono della pioggia sul cortile davanti a lei era gradevole. Sembrava piovesse più forte di prima.
Tremava ancora leggermente, ma ci vedeva meglio e la fredda morsa allo stomaco si stava allentando. Arricciò le labbra e allargò la bocca. Le guance non erano più intorpidite.
Aprì l’ombrello e si domandò che cosa doveva fare. Una cosa era certa, non sarebbe tornata di sopra. Restavano due alternative: poteva attraversare il cortile fino al bar del Circolo e aspettare che la riunione terminasse, o andare a casa.
Forse Gary si sarebbe fermato al bar dopo la fine della conferenza e in tal caso potevano nascere dei guai.
Probabilmente alla fine avrebbe dovuto respingerlo.
Meglio andare.
Pen si incamminò verso l’ingresso. La pioggia tamburellava sul suo ombrello mentre lei attraversava di corsa il cortile e scendeva gli scalini di cemento per raggiungere il parcheggio.
Venti minuti dopo, chiuse la porta del suo appartamento e attaccò l’ombrello gocciolante sulla maniglia. Con la schiena appoggiata alla porta per tenersi in equilibrio, si sfilò gli stivali. Li portò nella camera da letto e accese la luce.
Era bello togliersi i vestiti. Appese la gonna umida nell’armadio, infilò un paio di vecchi mocassini e indossò la vestaglia. L’indumento era morbido sulla pelle.
Accese il riscaldamento in bagno. Poi andò in cucina e prese dal frigorifero una bottiglia di Borgogna.
Un bicchiere di vino, un buon libro, un lungo bagno caldo… la vita era bella. Valeva la pena tornare a casa.
Il tappo uscì con un leggero schiocco.
