
«La tua prima domanda?» chiese, osservandomi molto attentamente, forse studiandomi, facendo tutto ciò che è nelle facoltà di un vampiro per valutare lo stato d’animo e la condizione mentale del suo creatore, perché un vampiro non può leggere nel pensiero del suo artefice, non più di quanto quest’ultimo possa leggere nella mente del suo novizio.
Ed eccoci qui, oppressi da facoltà soprannaturali, entrambi in piena forma e piuttosto emozionati, incapaci di comunicare se non nel modo più semplice ed efficace: a parole.
«La mia prima domanda sarebbe stata semplicemente: dove sei stato, hai trovato gli altri e hanno cercato di farti del male? Tutte quelle sciocchezze, sai, su come ho infranto le regole quando ti ho creato, eccetera eccetera.»
«Tutte quelle sciocchezze», ripetè lui prendendomi in giro, imitando l’accento francese che ancora conservavo, ormai però abbinato a qualcosa di decisamente americano. «Che sciocchezze.»
«Avanti, andiamo nel bar laggiù a parlare», proposi. «Ovviamente, nessuno ti ha fatto del male. Non ho mai pensato che avrebbero potuto o voluto farlo, o che ne avrebbero avuto il coraggio. Se ti avessi creduto in pericolo, non avrei permesso che te ne andassi alla chetichella per il mondo», precisai.
Lui sorrise, gli occhi castani che, per un istante, riflessero una luce dorata. «Non me l’hai già detto circa venticinque volte, prima che ci separassimo?»
Trovammo posto a un tavolino addossato alla parete; il bar era semipieno, proprio la proporzione giusta. Cosa sembravamo? Una coppia di giovani a caccia di uomini o donne mortali? Non m’interessava.
«Nessuno mi ha fatto del male né ha mostrato il minimo interesse nei miei confronti», spiegò David.
Qualcuno stava suonando il piano, in modo assai raffinato, considerato che ci trovavamo nel bar di un albergo, pensai. Ed era un pezzo di Erik Satie. Che fortuna!
