«La cravatta», notò lui chinandosi in avanti, i denti bianchi che brillavano, le zanne completamente nascoste, ovvio. «Que­sto ammasso di seta che hai al collo non è di Brooks Brothers! Ma guardati! E i mocassini... Santo cielo! Che ti passa per la te­sta? E di cosa volevi parlarmi?» Proruppe in una fioca risata di scherno.

Il barman proiettò un’ombra possente sul tavolino e mor­morò frasi prevedibili che, a causa della mia eccitazione e del fra­stuono, non riuscii a sentire.

«Qualcosa di caldo. Punch al rum o qualcosa del genere, pur­ché si possa riscaldare», disse David. La cosa non mi stupì.

Annuii e feci un vago gesto a quel tizio indifferente per indi­care che volevo lo stesso.

I vampiri ordinano sempre drink caldi. Non hanno nessuna intenzione di berli, ma possono sentirne il tepore e annusarne il profumo, ed è tanto piacevole.

David mi guardò di nuovo. O, meglio, quel corpo familiare che racchiudeva David mi guardò. Per colpa mia, lui sarebbe sempre stato l’uomo anziano che avevo conosciuto e amato, così come quel magnifico involucro di carne rubata che lentamente veniva plasmato dalle sue espressioni, dai suoi modi e dal suo stato d’animo.

Cari lettori, David scambiò il suo corpo umano con un altro prima che io lo trasformassi in un vampiro. Ma smettetela di preoccuparvi, quel fatto non ha niente a che vedere con questa storia.

«Qualcosa ti sta seguendo di nuovo? È questo che mi ha det­to Armand. E anche Jesse», affermò.

«Dove li hai visti?»

«Armand? L’ho incontrato per puro caso. A Parigi. Stava camminando per strada. È stato il primo che ho visto.»

«Non ha cercato di farti del male?»

«Perché avrebbe dovuto? Piuttosto, dimmi: perché mi stavi chiamando? Chi ti sta pedinando? Di che si tratta?»



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