
"I miei genitori non si sono potuti permettere le modificazioni genetiche che ha Aaron."
"La mia ditta non è diventata famosa come quella di Karen."
"La mia pelle non ha la grana fine come quella di Gina."
"Il mio collegio elettorale ha più pretese di quello di Luke. Quelle sanguisughe di votanti pensano forse che io sia una miniera inesauribile?"
"Il mio cane è meno all’avanguardia nelle modificazioni genetiche rispetto a quello di Stephanie."
Fu, in effetti, il cane di Stephanie che mi fece decidere di cambiar vita. So che effetto possono avere le mie parole. Non c’è nulla che riguardi l’inizio del mio servizio per l’Ente governativo di controllo degli Standard Genetici che non suoni ridicolo. Perché non cominciare proprio dal cane di Stephanie? Esso conferisce alla storia un certo brio satirico. Potrei parlarne a pranzo e a cena per interi mesi.
Sempre, ovviamente, che qualcuno vada ancora a pranzo o a cena.
Il brio satirico è una merce così deperibile!
Stephanie portò il suo cane nel mio appartamento nell’Enclave di Sicurezza di Bayview una domenica mattina di luglio. Il giorno prima avevo acquistato alcuni cesti di fiori alla BioForms di Oakland ed essi si riversavano a cascata fuori dalla ringhiera del terrazzo, un tumulto di azzurri dalle sfumature più varie, da superare quelle della Baia di San Francisco, sei piani sotto: cobalto, celeste, acquamarina, azzurro, grigio-azzurro, turchese, ceruleo. Io ero stesa sulla sdraio in terrazzo, mangiando biscotti all’anice e studiando i miei fiori. I geni modificati avevano modellato ogni bocciolo in un tubo che vibrava dolcemente, dotato di una estremità a cupola. I boccioli erano abbastanza lunghi. In verità, la mia terrazza spumeggiava di flaccidi e azzurri peni vegetali. David se n’era andato una settimana prima.
— Diana — disse Stephanie attraverso lo scudo a energia-Y che si estendeva nello spazio fra i battenti della portafinestra aperta. — Toc, toc.
