Nessuno gli aveva detto che gli amsir sapevano parlare. Nessuno gli aveva detto che portavano lance metalliche o altre armi, a esclusione degli artigli, i becchi e le punte delle ali. Gli avevano detto (lo si diceva a tutti i bambini della Spina, prima ancora che quasi tutti si dedicassero all’agricoltura e pochissimi tra loro tentassero di diventare Honor) che gli amsir li avrebbero catturati tutti, se gli Honor non avessero vegliato. Ma nessuno gli aveva detto come sarebbero stati presi.

Non avrebbe lasciato andare il suo amsir. Pensava che fosse perché aveva dovuto imparare tante cose per prenderlo.

I granelli ruvidi di sabbia facevano un rumore, come di grida delicate, sotto i suoi passi pesanti. L’amsir frusciava e tintinnava. Era tutto creste e punte che pungolavano le carni di White Jackson. Le ali erano piene di giunture lungo l’osso principale. Per convenzione, si diceva che la mano spuntava dal gomito, ma in realtà c’era un’articolazione tra la spalla e la mano. Dalla mano in giù, il resto dell’ala era sostenuto da quello che, in un uomo sarebbe stato un mignolo mostruosamente lungo. Le costole che irrigidivano l’ala erano di cartilagine dura e crescevano dalle giunture di quel dito, del polso e del vero gomito. Era come un tendone rotto. Per quanto Jackson piegasse le ali e cercasse di rincalzarle l’una nell’altra o di bloccarle sotto il duro torace dell’amsir, l’unghia alla punta di quel mignolo, all’estremità dell’una o dell’altra ala, ricadeva e dondolava contro le sue caviglie, mentre camminava. Depose l’amsir e lo legò con i suoi stessi merletti. Adesso era un fagotto ondeggiante sulla sua schiena, rigido e fastidioso.

Uno spigolo trovò la ferita più profonda di Jackson, la lacerazione aperta dal becco attraverso la sommità della spalla, con i labbri aperti e irrigiditi, incrostati di sabbia, fino al muscolo elastico e contorto.



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