Jackson era affascinato da quel taglio. Era eccezionale poter toccare l’interno del proprio corpo, indugiare sul pensiero che, se non fosse stato un Honor vittorioso, sarebbe rabbrividito per il dolore. Capiva benissimo che tutti gli uomini preferivano non mettere in pericolo il proprio corpo. Sapeva per esperienza che anche una piccola ferita poteva assillare un individuo, ricordandogli che la riluttanza è saggezza. Ma aveva notato che non era la grandezza della ferita, era il sentimento che provava per se stesso a fare o a non far piangere un uomo; ed era per questo che lui era diventato un Honor. Adesso era un Honor che avrebbe avuto una bianca cicatrice del rostro di un amsir sull’ampia spalla; un Honor che di tanto in tanto posava il suo amsir e gli si stendeva accanto sulla sabbia, con l’orecchio a terra, ascoltando, mentre le stelle e le piccole lune gli davano poca luce per rischiarargli il cammino, e ritornava alla Spina, dove adesso sarebbe vissuto in modo diverso da prima.

II

Era quasi l’alba quando scorse la mole della Spina contro le stelle più basse. Nel contempo, notò un passo umano sulla sabbia. Pensò che poteva essere Black Jackson che veniva verso di lui, girando intorno a una duna.

Secondo la consuetudine, un Honor si faceva trovare seduto accanto alla sua preda, sul lato della Spina rivolto verso il sole, quando la gente si alzava al mattino. Si sapeva che certi Honor erano rimasti per tutta la notte al limitare del deserto, anche quando non sarebbero stati tenuti a farlo. Coloro che incontravano per caso un Honor prima dell’alba facevano finta di non accorgersi che lui portava sulle spalle una carcassa. Lo scopo era creare la sensazione che fosse accaduto tutto per caso come una pioggia di meteoriti. L’Honor doveva a sua volta comportarsi con molta indifferenza, e non notare che qualcuno gli prestava attenzione… almeno fino a quando il pubblico diventava abbastanza numeroso per indurlo a prorompere in grandi manifestazioni di gioia.



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