Aggraziato come la sposa di un folletto, procedeva a falcate, in uno svolazzare di lunghi nastri merlettati che crescevano dal corno del corpo gonfio e dagli esili arti inferiori. Quei nastri assicuravano un ottimo isolamento per gli amsir in riposo, ed erano molto utili anche per gli umani della Spina di Ferro. Ora avevano l’effetto di trasformare la bestia in uno sfuggente prodigio, un essere pallido e inquieto che procedeva a passi rapidi e saltellanti, forse gioiosi.

Le ali, che avevano un’apertura di oltre tre braccia e mezzo da una all’altra delle estremità dure come chiodi, luccicavano di un tenue color corallo nella luce morente del sole ed erano utilissime per cambiare direzione con esasperante ingegnosità. Molte volte, mentre lo rincorreva, White Jackson aveva mantenuto l’andatura per tirare, con il brutale dardo dalla punta vitrea già incoccato nella scanalatura del bastone d’osso di amsir. E, ogni volta, l’amsir aveva alzato una spalla, in un movimento carico di disdegno, virando sul perno della resistenza di quattordici braccia quadrate di superficie frenante, ed era ripartito su una direttrice leggermente modificata. Dietro le feritoie delle rotonde torrette di corno che velavano gli occhi, le pupille si volgevano indietro, scintillando.

Mentre lasciavano scie appaiate di color magenta sul grande deserto, White Jackson e l’amsir, insieme, creavano una certa bellezza, superiore a quella del loro aspetto individuale. Jackson era piuttosto magro, alto, slanciato, brunito. Non si sarebbe mai immaginato che discendesse da una razza evolutasi per lanciarsi da un ramo all’altro, senza raddrizzare quasi mai la schiena. Come l’amsir, aveva la faccia magra e gli occhi scintillanti. Come l’amsir, correva con eleganza, toccando la superficie con le dita appuntite dei piedi solo il tempo necessario per creare lo slancio per il passo successivo, cercando di non posare mai il piede di piatto.



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