
White Jackson, inoltre, era consapevole che l’esasperante zigzagare dell’amsir aveva una direttrice comune, e lo conduceva progressivamente lontano dalla sicurezza della Spina di Ferro. Quel maledetto uccellaccio cercava di adescarlo. White Jackson era un Honor da poco tempo, e se questo era ciò che poteva aspettarsi dal modo di vita che aveva scelto, intendeva studiarlo bene finché era ancora abbastanza giovane per imparare. Perciò, sebbene di tanto in tanto si posasse sulle piante dei piedi nei balzi più lenti e sussultanti che avevano lo scopo di trasferire l’energia al bastone da lancio, non si attendeva per le sue fatiche nulla più di quanto ottenesse: una serie di bruschi tonfi dell’orlo della calotta contro il cuoio capelluto. Non aveva motivo di dubitare di essere più duro e più astuto di qualunque amsir o di qualunque uomo al mondo. Se non lo era, non era troppo presto per impararlo. Era rassegnato a continuare a correre per tutto il giorno, escludendo un solo limite irrinunciabile; e prevedeva che l’amsir avrebbe fatto scattare la trappola appena fosse abbastanza buio. Era addirittura disposto a collaborare perché scattasse, se la trappola era quella che sospettava.
Mentre correvano, giocando l’uno con l’altro, Famsir aveva indubbiamente i suoi motivi per essere dov’era. Intanto, Jackson pensava che, se avesse preso l’amsir, suo fratello Black l’avrebbe trattato in un certo modo; e l’avrebbe trattato in un modo diverso se non l’avesse preso.
