L’amsir sussultò e sbatté le ali tambureggianti, scalciò con le gambe, inarcò la schiena, ma White Jackson non lo mollò. Ciò che usciva dall’amsir era caldo di vita e gonfio come un grido; quando i suoi polmoni ne furono pieni da scoppiare, dovette serrare la gola per resistere alla pressione. E non poteva muovere la testa, perché la sua bocca era l’unico tappo che aveva per bloccarlo.

Non doveva respirare; non doveva respirare. Poteva continuare così in eterno. Era completamente diverso dall’essere privo d’aria. Era la libertà di non dover respirare, come gli Honor che lui aveva visto danzare intorno alla Spina, con le bolle delle prede appena uccise, danzare tutta la notte, ingurgitando il vento degli amsir dalle bolle, ma senza mai respirare, espirando solo di tanto in tanto e accostando la bocca alle parti smembrate del petto degli amsir, ridendo e gridando, come si diceva che gridassero di gioia i morti, su Ariwol.

L’amsir stava morendo. La testa poteva essere morta, o forse poteva vivere per sempre, ma chi poteva dirlo, quando soltanto la pelle la collegava al collo, e non aveva il fiato per urlare? Gli occhi erano chiusi. Qualcosa di limpido e denso sgorgava dalle palpebre chiuse e si coagulava immediatamente in una crosta. Le punte delle ali fremevano ancora. Ma Honor White Jackson era molto più vivo dell’amsir, e lo sollevò. Barcollando e sogghignando come poteva, si avvicinò rapidamente, barcollando, al giavellotto, al bastone da lancio e ai dardi, quello lontano e quello vicino, con le macchie fresche sulla corta asta d’osso di amsir. Li raccolse tutti nelle mani, con le braccia strette sul corpo dell’amsir, e poi girò intorno all’ombra della roccia. Aveva ancora freddo ma non se ne curava; era ilare come un bambino solleticato, ebbro di ossigeno puro, con il suo primo amsir, come il più ingombrante secchio d’acqua fresca del mondo in una giornata afosa.



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