
Nonostante tutti i suoi ragionamenti, non avrebbe avuto scampo se non avesse pianificato in anticipo di simulare la stessa scena. Non aveva aria… Niente aria, e non si può resistere a lungo senza cercare di respirare, se si hanno i polmoni vuoti, anche se si sa di non avere più aria intorno. Ma aveva l’altro dardo, e mentre si piegava su se stesso si portò una mano all’ascella in un gesto naturale. L’amsir l’aveva raggiunto. Era su, in aria, al culmine di un grande balzo, con le ali incurvate, e Jackson non capiva perché non allargasse quei piedi simili a clave unghiute, pronti a dilaniarlo nella discesa. Lui l’avrebbe fatto. Ma l’amsir era lassù, e gli cadeva addosso da un’altezza pari alla sua lunghezza. Le estremità delle ali, adesso, erano ripiegate all’indietro e verso il basso, e la mano, che stringeva il giavellotto era inclinata verso di lui. La lucente punta metallica stava per colpire la sabbia proprio davanti ai suoi occhi, e l’amsir strillò: «Arrenditi! Arrenditi!».
White Jackson era raggomitolato sulle ginocchia e sul petto, con la faccia sulla sabbia e gli occhi roteanti. Teneva il dardo nella mano, sotto il corpo, con la punta che sporgeva dal pugno, per imprimergli maggiore potenza. «Arrenditi, diavolo bagnato!», strillò l’amsir, mentre Jackson gli posava la mano aperta sulla caviglia, dura come uno scarafaggio.
Vi fu un gran chiasso, un turbine d’ali, e Jackson trascinò l’amsir sulla sabbia, al suo livello. Con un sussulto si buttò sul corpo, che era altrettanto duro, e avviluppato in veli svolazzanti, e lui stesso si trovò avviluppato tra ali e unghie, con la testa incassata al massimo tra le spalle, e il becco che lo dilaniava. Il colpo trapassò la gola dell’amsir, la spina dorsale; e poi ancora un altro colpo attraverso il petto dell’amsir e in una bolla (una delle due più grandi, là dentro, sotto il corno e il resto), e Jackson abbracciò l’amsir con tutto l’affetto del mondo, con la bocca sullo squarcio del petto, aspirando, aspirando.
