
Tuttavia, a meno che quell’individuo sia immerso in un oceano di mercurio, non gli permette di nuotare: e invece quella figura chiaramente umana stava nuotando.
Comparve in lontananza, sulla mia sinistra, e entrò nella luce all’improvviso, come se fosse discesa dall’oscurità sovrastante. Nuotava verso di me ed il relitto, ma senza troppa fretta. Quando si avvicinò, i dettagli risultarono più nitidi: e il più evidente di tutti, ancora più del fatto che era una femmina, era che non portava affatto uno scafandro corazzato. Indossava una muta da sommozzatore per acque fredde, assolutamente normale, a parte il fatto che al posto della maschera del respiratore aveva un casco trasparente e sferico, e la zavorra sembrava distribuita qua e là in cerchi, intorno al corpo ed agli arti, invece di essere fissata alla cintura. Ripeto — anzi, dovetti ripeterlo a me stesso parecchie volte — che non si trattava affatto di uno scafandro corazzato. I movimenti con cui la donna nuotava mostravano chiaramente che era flessibile quanto la pelle, proprio come deve essere una muta da sommozzatore.
Sembrava non aver notato la mia capsula, e questo mi diede un senso di sollievo. Non mostrò neppure di aver visto il relitto fino a quando fu arrivata ad una ventina di metri di distanza. Nuotava molto lentamente lungo il bordo del tetto, con l’aria tranquilla di chi sta facendo una passeggiata pomeridiana. Poi, arrivata a quel punto, cambiò direzione e si avviò verso la prua della Pugnose.
Questo non quadrava affatto. Chiunque fosse laggiù avrebbe dovuto andare in cerca di quel relitto, non certo trovarlo per caso. Io mi ero aspettato che arrivasse una squadra intera.
Bene, sono parecchie le cose che non avevo previsto, in quella storia. «Finiscila con le ipotesi operative, fratello: non hai i dati sufficienti neppure per questo, ancora. Limitati ad osservare», (mi rivolsi a me stesso senza chiamarmi neppure per nome).
