
Perciò osservai. La osservai mentre girava a nuoto intorno alla prua sfondata, vi entrava e ne usciva, e le passava sopra. Poi la vidi sganciare un oggetto che risultò una lampada, e che teneva agganciato alla cintura, ed entrare di nuovo nel relitto. Questo mi preoccupò un poco: il camuffamento della capsula non era stato realizzato per reggere ad un’ispezione del genere. Le morse, le molle di sganciamento…
Lei uscì di nuovo, senza mostrarsi più emozionata di prima, ed a questo punto mi resi conto di un’altra cosa. Era ben poco importante, rispetto a quello che avevo già visto… o almeno, mi parve poco importante nel momento in cui lo notai; ma quando ci pensai sopra, diventò un grosso enigma.
Come ho detto, la muta era perfettamente normale, a parte il casco e la zavorra. Era così normale che aveva addirittura una piccola bombola tra le spalle, l’estremità superiore toccava il casco, e presumibilmente era collegato ad esso, sebbene io non vedessi i tubi. Tutto questo era logico e ragionevole; la nota stridente stava nel fatto che non c’erano bolle.
Ora, io conosco i sistemi di respirazione a circuito, conosco le scorte chimiche… miscugli di perossidi e superossidi di metalli alcalini che reagiscono con l’acqua liberando ossigeno e assorbendo anidride carbonica. Li conosco abbastanza bene per sapere che debbono avere, oltre al contenitore delle sostanze chimiche e all’impianto di miscelatura, una sorta di «polmone»: un serbatoio a volume variabile ed a pressione ambientale, con le sostanze chimiche sistemate tra questo e i polmoni del sommozzatore. Il gas esalato deve andare pure da qualche parte, fino a quando è pronto per essere inalato di nuovo. Il «polmone» deve avere un volume abbastanza grande per contenere tutta l’aria che un sommozzatore può esalare con un respiro… in altre parole, deve avere un volume corrispondente all’incirca a quello dei polmoni umani.
