Naturalmente, avrei potuto provare con l’ecometro, ma per evitare quella tentazione, nella capsula non avevo strumenti di emissione, a parte i riflettori; e non avevo intenzione di usare neppure quelli, fino a che avessi in qualche modo la certezza di essere solo. La cosa migliore era vedere senza essere visto. La certezza sarebbe venuta, caso mai, molto più tardi, dopo che avessi raggiunto il fondo ed avessi passato parecchio tempo in ascolto.

Per il momento stavo tenendo d’occhio l’indicatore di pressione, che mi diceva che l’acqua si accumulava sopra di me, ed i sensori, che mi avrebbero fatto sapere se qualcun altro stava usando apparecchi sonar nei dintorni. Non sapevo bene se desideravo o no di vederli reagire. Se avessero reagito, sarebbe stato un progresso: avrei saputo che laggiù c’era qualcuno che non avrebbe dovuto esserci… ma poteva anche essere un progresso dello stesso tipo fatto dagli altri tre. Forse non era il caso di preoccuparmi troppo, perché cinque o sei metri di scafo sfondato sarebbero apparsi ad una sonda sonar per ciò che erano, e la capsula interna non sarebbe stata presumibilmente scoperta. Naturalmente, però, certi addetti ai sonar non si lasciano ingannare tanto facilmente.

Potevo guardare fuori, sicuro. La capsula era munita di oblò, e due di essi si trovavano sul lato dove prima c’era la poppa della Pugnose. Talvolta, riuscivo persino a vedere qualcosa. C’erano scintille fosforescenti che salivano, e scie luminose, non abbastanza vivaci da permettermi di identificarne il colore, che talvolta mi sfrecciavano accanto e svanivano nelle tenebre, e talora, invece, fluttuavano per interi minuti davanti a un oblò, come se indicassero la posizione di qualcosa che cercava di guardar dentro, incuriosito. Un paio di volte provai la tentazione, anche se non troppo forte, di accendere i riflettori per vedere di cosa si trattava.



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