Era una fioca luminescenza verdegialla… esattamente quella che si usa negli effetti d’illuminazione per dare l’impressione d’una scena sottomarina. Dapprima mi parve uniforme: poi dopo qualche altra giravolta circa sessanta metri più in basso, distinsi uno schema. Era formato di riquadri, con gli angoli un po’ più luminosi del resto. Non copriva interamente il fondale: l’orlo era quasi sotto di me, e si estendeva verso il nord, mi pareva, sebbene la mia bussola non reagisse troppo bene alle giravolte. Nell’altra direzione c’era la tenebra normale, consolante e spaventosa… quella era abbastanza reale.

Accaddero due cose, quasi nello stesso istante. Divenne evidente che avrei toccato fondo molto vicino all’area illuminata, e divenne altrettanto ovvia la natura di quell’area. Quella seconda rivelazione mi colpì. Per tre o quattro secondi, rimasi così infuriato e disgustato da non riuscire a ideare un piano, e di conseguenza per poco non ci lasciai la pelle.

La luce era artificiale. Credetelo, se potete.

Mi rendo conto che per una persona normale è difficile. È già una brutta faccenda sprecare energia per illuminare uno spazio all’aperto, ma talvolta è una triste necessità. Ma consumarla per illuminare il fondo marino… ecco, come dico, per qualche istante fui troppo furioso per pensare con chiarezza. Il mio lavoro mi ha portato a contatto con gente poco preoccupata per l’energia, con gente che la rubava, e persino con gente che l’usava male: ma quella era una prospettiva del tutto nuova! Adesso ero sceso ancora di più, e vedevo ettari ed ettari di luce che si estendevano verso nord, est ed ovest, fino a perdita d’occhio. Ettari ed ettari illuminati da cose sospese a pochi metri dal fondo piatto, cose visibili soltanto come punti neri al centro di aree leggermente più vivide. Se non altro, chi era responsabile di quella prodezza un po’ di senso dell’economia ce l’aveva: si serviva di riflettori.

Poi controllai l’indignazione: o fu la paura a farlo.



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