Le due prime possibilità significavano… be’, forse Bert e Joey e Marie erano ancora vivi. Tesi la mano verso l’interruttore dei riflettori.

Non lo toccai, però. All’improvviso, potei vedere egualmente il fondo.

O almeno, sembrava che fosse il fondo. Era nella direzione giusta (riuscivo ancora a distinguere l’alto e il basso), e sembrava piatto. Ed era visibile.



CAPITOLO 2


Non lo credetti, naturalmente. Io sono un tipo tradizionalista, e persino nella narrativa amo il realismo: e quello era veramente troppo. Non avevo mai finito di leggere L’Abisso di Maracot, da ragazzo, perché descriveva un fondale oceanico luminoso. So che Conan Doyle non era mai stato laggiù, e la luce gli serviva per sviluppare la trama, che del resto non brillava per coerenza: ma la cosa mi dava fastidio. Sapevo che lo scrittore si sbagliava, lo sapevano tutti… il fondo dell’oceano non è luminoso.

Però lo era.

Il relitto roteante mi stava facendo oscillare verso l’alto, lontano dalla luce, ed io ebbi il tempo di decidere se dovevo credere o no ai miei occhi. Riuscivo ancora a leggere gli strumenti. Il quadrante della pressione indicava una profondità di millequattrocentoquaranta metri; con una rapida correzione mentale, basata sulla registrazione del termometro, aggiunsi un’altra sessantina di metri. Dovevo essere certamente vicino al fondo, da qualche parte, sulle pendici settentrionali della montagna il cui picco costituisce Rapa Nui.

Oscillai dolcemente, roteando verso l’alto, e poi ridiscesi dall’altra parte, e la mia visuale si orientò di nuovo verso il basso. Indipendentemente dal fatto che volessi credere o no ai miei occhi, questi insistevano nel dirmi che c’era luce, in quella direzione.



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