
Un rossore collerico si diffuse sulla faccia di Hallam, che disse, a denti stretti: — Senti, Denison, qualcuno ne ha cambiato il contenuto. Questo non è il tungsteno.
Denison si concesse un lieve ma percettibile sbuffo di disprezzo. — E tu come fai a saperlo?
La storia è fatta di cose come questa, meschine malignità e stoccate al buio.
Sarebbe stata in ogni caso un’osservazione poco felice. Il curriculum scolastico di Denison, fresco quanto quello di Hallam, era molto più brillante e lui era il nuovo acquisto più promettente del reparto. Hallam lo sapeva e, ciò che era peggio, lo sapeva anche Denison e non ne faceva un segreto. La domanda “E tu come fai a saperlo?”, con la chiara e inequivocabile enfasi sul tu, fornì ampio motivo per tutto quello che avvenne in seguito. Senza l’insinuazione, Hallam non sarebbe mai diventato il più grande e il più riverito scienziato della storia, per dirla con le precise parole che usò Denison più tardi, durante il suo colloquio con Lamont.
Ufficialmente, quella mattina fatale Hallam era entrato nel laboratorio, si era accorto che i granuli grigi e polverosi erano spariti — non era rimasta nemmeno la polvere sulla superficie interna della bottiglia — e che al loro posto c’era del metallo lucido, grigio ferro. Naturalmente aveva indagato…
Ma mettiamo da parte la versione ufficiale. L’origine di tutto fu Denison. Se si fosse limitato a un semplice no o a un’alzata di spalle, le probabilità dicono che Hallam avrebbe fatto la sua domanda agli altri, poi alla fine, stanco di quel fatterello inesplicabile, avrebbe messo in un canto la bottiglia permettendo così che il futuro fosse determinato dalla tragedia, impercettibile o definitiva (questo in base al tempo che sarebbe trascorso prima della scoperta decisiva), che ne sarebbe derivata. In ogni caso, non sarebbe stato Hallam a salire come un turbine ai vertici della fama.
