
All’epoca in cui sulla Terra si costruivano le piramidi, Gea aveva notato in se stessa qualche cambiamento. Il suo centro cosciente era collocato nel mozzo centrale della ruota, ma, come succedeva ai dinosauri della Terra, il suo cervello era decentralizzato, per fornire un’autonomia locale a certe sue funzioni prosaiche. Il sistema le evitava di doversi occupare di un’infinità di piccoli particolari trascurabili, e aveva sempre funzionato bene. Sull’immensa circonferenza del suo bordo erano collocati dodici cervelli-satelliti, ciascuno dei quali si occupava della propria regione. Tutti riconoscevano la sovranità di Gea: anzi, all’inizio non era esatto parlare di questi cervelli-vassalli come di entità diverse da lei.
Il nemico di Gea era il tempo. Gea conosceva bene la morte, i suoi processi e i suoi stratagemmi, e non la temeva. Un tempo, lei non esisteva, e in futuro, un altro simile tempo era destinato a ritornare. Era una semplice suddivisione dell’eternità in tre parti uguali.
E sapeva che anche i titani andavano soggetti alla demenza senile: aveva ascoltato i deliri e le allucinazioni di già tre delle sue sorelle, che poi erano rimaste silenziose per sempre. Ma non sapeva dove e come l’avrebbe tradita, il suo corpo ormai invecchiato. E quando i cervelli regionali cominciarono a opporsi alle sue direttive, Gea rimase profondamente stupita, come un uomo che si vedesse strangolare dalle sue stesse mani.
Tre milioni di anni di supremazia non avevano certo insegnato a Gea le sottili arti del compromesso. Forse sarebbe riuscita a vivere in pace con i suoi cervelli regionali, se avesse ascoltato le loro rimostranze. Tuttavia, due delle regioni erano impazzite, e una terza era animata da una tale malvagità da rasentare la follia. Per un centinaio di anni, la grande ruota di Gea fu agitata dalle tensioni della guerra. Quelle epiche battaglie rischiarono di distruggerla e comportarono gravissime perdite tra le genti che la abitavano, e che erano inermi come gli indu di fronte agli dèi del mito vedico.
