
— È arrivato il colonnello, signore — disse Irwin con voce incerta. Deglutì e richiuse la porta.
Speyer aspettava in piedi, vicino alla scrivania. Il mobile era vecchio e in cattivo stato; vi erano appoggiati sopra solo pochi oggetti: un calamaio, un cestino per la posta, un citofono e una fotografia di Nora ormai sbiadita dal tempo (erano passati ben dodici anni dalla sua morte). Mackenzie osservò il maggiore. Aveva una figura allampanata, con il naso aquilino e un’incipiente calvizie e la sua uniforme era sempre sgualcita… ma possedeva la mente più acuta di tutti i Leopardi. Nessun altro poteva aver letto quanto lui! Più che il suo aiutante, Phil era il suo più importante consigliere.
— Allora? — chiese. L’alcool non lo disturbava, anzi lo rendeva più lucido. Avvertiva l’odore caldo delle lanterne — chissà quando avrebbero avuto delle lampade elettriche! — e la durezza del pavimento. Sentì il freddo che la stufa non riusciva a scacciare e notò persino una crepa nella parete a Nord. Per apparire spavaldo infilò i pollici nella cintura e iniziò a dondolarsi. — C’è un altro guaio, Phil?
— È arrivato un telegramma da Frisco — rispose Speyer porgendogli un foglio di carta con il quale aveva giocherellato fino a quel momento.
— Perché non hanno usato la radio?
— Per non essere intercettati. Questo telegramma è addirittura in codice. Lo ha decifrato Irwin.
— Ma cosa significa tutto ciò?
— Guardalo un momento, Jimbo, e lo capirai. È indirizzato proprio a te. Viene dal Quartier Generale.
Mackenzie cercò di concentrarsi sugli scarabocchi di Irwin. Lesse le formalità di rito e poi…
