Dall’alto filtrava la luce, e capimmo che dovevamo essere molto vicini alla superficie. Ma non cercammo di arrampicarci per andare a vedere. Non c’era virtualmente nulla, là fuori; da più di cento anni non c’era niente. Solo l’epidermide devastata di quella che era stata un tempo la patria di miliardi di persone. Adesso eravamo solo noi cinque, lì sotto, soli con AM.

Sentii Ellen dire, freneticamente: — No, Benny! No, su, vieni, Benny, no, per favore!

E allora mi resi conto che già da diversi minuti sentivo Benny mormorare sottovoce. Diceva: — Voglio uscire, voglio uscire… — continuamente. Il suo viso scimmiesco era raggrinzito in un’espressione di beatitudine e di tristezza, nello stesso tempo. Le cicatrici da radiazioni che AM gli aveva causato durante il «festival» erano ripiegate verso il basso in una massa di grinze biancorosee, e i suoi lineamenti sembravano muoversi indipendentemente l’uno dall’altro. Forse Benny era il più fortunato, tra noi cinque; era diventato pazzo molti anni prima.

Ma anche se potevamo insultare AM quanto volevamo, potevamo pensare le cose più atroci, a banchi memoria fusi e piastre di base corrose, circuiti bruciati e comandi infranti, la macchina non tollerava che tentassimo di scappare. Benny mi schizzò via mentre cercavo di abbrancarlo. Si inerpicò su per la faccia di un banco memoria più piccolo, inclinato di sghembo e pieno di elementi marci. Si acquattò lassù per un momento: sembrava proprio lo scimpanzé cui AM aveva voluto farlo somigliare.

Poi spiccò un gran salto, afferrò una trave penzolante di metallo bucherellato e corroso, e si issò, arrampicandosi come un animale, fino a quando arrivò sul cornicione, sei metri sopra di noi.



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