— Oh, Ted, Nimdok, per favore, aiutatelo, fatelo scendere prima che… — Ellen s’interruppe. Gli occhi cominciarono a riempirsi di lacrime. Agitò le mani in gesti impotenti.

Era troppo tardi. Nessuno di noi voleva essergli vicino, quando fosse accaduto quel che sarebbe accaduto, qualunque cosa fosse. E poi, tutti capivamo la vera ragione della preoccupazione di Ellen. Quando AM aveva modificato Benny, durante il periodo della sua follia, non gli aveva dato solo la faccia di uno scimmione gigantesco. Lui era grosso anche nelle parti intime, e a lei piaceva! Accontentava anche noi, naturalmente, ma le piaceva farlo con lui. Oh, Ellen, Ellen sul piedistallo, Ellen la pura, oh, Ellen la candida! Che schifo.

Gorrister la schiaffeggiò. Lei si accasciò, lo sguardo levato verso il povero, pazzo Benny, e pianse. Piangere era la sua arma di difesa. Noi ci eravamo abituati settantacinque anni prima. Gorrister le sferrò un calcio nel fianco.

Poi cominciò il suono. Era luce, quel suono. Per metà suono e per metà luce, qualcosa che cominciò a risplendere dagli occhi di Benny, e a pulsare con forza crescente, sonorità fioche che divennero sempre più gigantesche e vivide via via che la luce-suono accresceva il ritmo. Doveva essere doloroso, e la sofferenza doveva essere aumentata con la violenza della luce, con il volume crescente del suono, perché Benny cominciò a gnaulare come un animale ferito. Dapprima sommessamente, finché la luce era fioca e il suono era smorzato, poi più forte, mentre le spalle si incurvavano, il dorso si aggobbiva, come se cercasse di sottrarsi. Le mani si ripiegarono sul petto come quelle d’una marmotta. La testa s’inclinò da un lato. La faccia triste, da scimmiotto, si contrasse per l’angoscia. Poi cominciò a urlare, mentre il suono che gli usciva dagli occhi diventava più forte. Più forte e più forte. Mi tappai le orecchie con le mani, ma non riuscii a escluderlo, penetrava troppo facilmente. La sofferenza passava fremendo nella mia carne come una carta stagnola su un dente.



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