
Gorrister ricominciò. — Ci fu la Guerra Fredda, e poi diventò la Terza Guerra Mondiale, e continuò. Divenne una grande guerra, una guerra complessa, tanto che per mandarla avanti avevano bisogno dei computer. Scavarono i primi pozzi e cominciarono a costruire AM. C’erano l’AM cinese e l’AM russo e l’AM americano e tutto andò bene fino a quando crivellarono l’intero pianeta, aggiungendo questo e quell’elemento. Ma un giorno AM si svegliò e capì chi era, e si collegò, e cominciò a trasmettere tutti i dati per uccidere, fino a quando furono morti tutti, tutti tranne noi cinque, e AM ci portò quaggiù.
Benny sorrideva tristemente. E sbavava di nuovo. Ellen gli asciugò la saliva all’angolo della bocca con l’orlo della gonna. Gorrister cercava sempre di raccontare la storia in modo ogni volta più succinto, ma oltre ai fatti nudi e crudi non c’era niente da dire. Nessuno di noi sapeva perché AM aveva salvato cinque persone, e perché proprio noi cinque, e perché passava tutto il suo tempo a torturarci, o perché ci aveva resi virtualmente immortali.
Nell’oscurità, uno dei banchi del computer cominciò a ronzare. Il tono venne ripreso, mezzo miglio più in basso, nella caverna, da un altro banco. Poi, uno a uno, gli elementi cominciarono a sintonizzarsi, e vi fu un lieve tintinnio, mentre il pensiero correva attraverso la macchina.
— Cos’è? — gridò Ellen. C’era terrore, nella sua voce. Non si era abituata, neppure adesso.
— Sarà brutta, questa volta — disse Nimdok.
— Sta per parlare — azzardò Gorrister.
— Andiamocene in fretta! — dissi io all’improvviso, alzandomi.
— No, Ted, siediti… E se quello ha aperto dei burroni, là fuori, o qualcosa d’altro, non possiamo vedere, è troppo buio — disse Gorrister in tono rassegnato.
Poi udimmo… non so…
Qualcosa che si muoveva verso di noi nelle tenebre.
