
E all’improvviso, Benny si mise eretto. Sulla trave, balzò in piedi come una marionetta. La luce, adesso, gli usciva pulsando dagli occhi in due grandi raggi rotondi. Il suono salì e salì una scala incomprensibile, e poi Benny cadde in avanti, giù, giù, e piombò con uno schianto sul pavimento di lastre d’acciaio. Restò lì, sussultando spasmodicamente, mentre la luce fluiva tutto intorno a lui, e il suono saliva a spirale, sfuggendo alla gamma normale.
Poi la luce gli rientrò nella testa, il suono ridiscese a spirale, e lui restò lì disteso, a lamentarsi pietosamente.
I suoi occhi erano due pozze molli e umide di gelatina simile a pus. AM l’aveva accecato. Gorrister e Nimdok e io… ci voltammo dall’altra parte. Ma non prima di aver scorto l’espressione di sollievo sul volto ardente e preoccupato di Ellen.
Una luce verdemare era soffusa nella caverna dove ci accampammo. AM fornì legna secca e noi la bruciammo, ci sedemmo raggomitolati intorno a quel fuoco evanescente e patetico, raccontando storie per impedire che Benny piangesse nella sua notte perpetua.
— Che cosa significa AM?
Gli rispose Gorrister. Avevamo ripetuto quella sequenza già mille volte, ma per Benny era sempre una novità. — All’inizio significava Allied Master computer, e poi Adaptive Manipulator, e più tardi divenne senziente e si collegò, e allora lo chiamarono Aggressive Menace, ma ormai era troppo tardi, e alla fine si diede il nome di AM, intelligenza emergente, e intendeva dire «io sono»… cogito, ergo sum… penso, dunque sono.
Benny sbavò un poco, e ridacchiò.
— C’era l’AM cinese e l’AM russo e l’AM americano e… — S’interruppe. Benny batteva sulle lastre del pavimento con il grosso pugno duro. Non era contento. Gorrister non aveva cominciato dall’inizio.
