
Il medesimo orizzonte vicino tagliava in due la metà della capanna, che distava solo trecento iarde. Era bello vedere quei cinque piccoli portelli illuminati, al margine tra la pianura oscura e la prateria brulicante di stelle… e vicino a loro, in rilievo nel chiarore stellare, i coni tronchi delle tre astronavi della base, ciascuna delle quali si ergeva alta sulle tre «gambe» di atterraggio.
«Com'è nero il nero?» domandò sommessamente la voce di Johannsen, all'orecchio di Don. «Passo.»
«Caldo e profumato. Suzie saluta con affetto,» rispose Don. «Passo.»
«Temperatura esterna?»
Don abbassò lo sguardo sui quadranti fluorescenti ingranditi sotto la finestrella di visione.
«Sta calando sotto i 200 Kelvin,» rispose, fornendo il perfetto equivalente di una temperatura di 100 gradi sottozero nella scala Fahrenheit, ancora diffusamente usata nelle regioni di lingua inglese della Terra.
«Il tuo SOS funziona?» continuò Johannsen.
Don toccò con la lingua una levetta, e un debole ululato musicale riempì il casco.
«Forte e chiaro, mio capitano,» disse, con un florilegio dialettico.
«Lo sento,» gli assicurò acidamente Johannsen. Don chiuse di nuovo il dispositivo con la lingua.
«Hai già mietuto le nostre latte?» domandò subito dopo Johannsen, riferendosi alle piccole «ceste» sostenute da paletti che venivano regolarmente messe fuori e raccolte per controllare i movimenti della polvere lunare e di altri materiali, comprese particelle atomiche radioattive sistemate a diverse distanze dalla Capanna.
