
Margo Gelhorn, uscendo nel prato, vide la luna piena sospesa alta sull'orizzonte. Il satellite della Terra era vividamente tridimensionale, come se fosse stato un pallone da pallacanestro fatto di marmo variegato e chiazzato. Il suo pallido alone dorato era degno della rarità meteorologica di una profumata, limpida sera della Costa del Pacifico.
«È già alzata, quella cagna,» disse Margo.
Paul Hagbolt, che stava uscendo dalla porta alle sue spalle, fece una risata colma di disagio.
«Allora è proprio vero. Tu consideri la Luna una rivale.»
«Rivale… all'inferno! Lei si è presa Don,» disse in tono aspro la giovane donna bionda. «Ed è perfino riuscita a ipnotizzare Miao… guardala!» Stava tenendo in braccio una placida gattina grigia, i cui occhi verdi trattenevano la luna come due minuscole perle scintillanti.
Anche Paul sollevò il capo per guardare la Luna, o, più precisamente, un punto vicino alla sommità, sopra la macchia più scura del Mare delle Piogge. Non riuscì a distinguere il cratere Piatone, che conteneva la Base Lunare degli Stati Uniti, ma sapeva che esso era visibile.
Margo disse, in tono amaro:
«È già abbastanza brutto dover guardare lassù, e vedere quella mostruosità sepolcrale, sapendo che Don è lassù, esposto a tutti i pericoli di un pianeta sepolcrale. Ma adesso che dobbiamo pensare anche a quell'altra cosa che è apparsa nelle fotografie astronomiche…»
