
Il pavimento era duro e liscio e di un vivace color azzurro, ed era facile, per lui, muoversi su quella superficie. Qua e là c’erano forme che potevano essere mobili o apparecchi o manufatti di qualche valore estetico, ed erano egualmente azzurri, e le loro forme non erano le forme casuali e incoerenti d’una superficie scolpita dal vento o dal sole o dalle intemperie, ma le linee nette e decise, fossero curve o diritte, degli oggetti funzionali.
Eppure le stelle splendevano ancora, e il sole lontano era là, per quanto fioco, e perciò il luogo in cui era capitato per caso non era certamente chiuso.
Blaine avanzò lentamente, con tutti i suoi sensori protesi alla massima capacità, e il senso di casa persistette; e poco dopo, vi fu anche il senso di vita.
Captò un lieve sentimento di eccitazione che crebbe dentro di lui. Perché non capitava spesso di trovare la vita. Era un’occasione memorabile, quando si trovava l’intelligenza. E qui, a giudicare dal liscio pavimento azzurrovivo, da quei manufatti, c’era l’intelligenza.
La sua andatura rallentò, i suoi cingoli frusciarono sul pavimento; i suoi sensori erano protesi, in piena attività, e il ronzio del nastro, che succhiava vista e suono e forma e odore, registrava temperatura e tempo e campi magnetici e tutti gli altri fenomeni che esistevano su quel pianeta.
In lontananza scorse una vita… la cosa che stava distesa inerte sul pavimento, come poteva starsene sdraiato un uomo pigro, senza far nulla, senza aspettarsi di far nulla: se ne stava lì distesa, e basta.
Blaine si avviò in quella direzione, mantenendo un’andatura molto lenta, ed i sensori raccolsero la conoscenza di quella vita oziosa, e i registratori la risucchiarono.
Era rosa: di un rosa eccitante e non disgustoso come poteva essere spesso il rosa, non un rosa dilavato, non un rosa atomico, ma un rosa molto grazioso, lo stesso color rosa che la bambina dei vicini poteva portare alla festa per il suo settimo compleanno.
