Lo stava guardando, forse con gli occhi, ma non stava guardando. Era conscia della sua presenza, e non aveva paura.

Finalmente, lui la raggiunse. Arrivò a meno di due metri da quella vita, si fermò ed attese. Era una cosa piuttosto massiccia, alta circa quattro metri e mezzo, e stava distesa su di un’area che aveva sei metri o più di diametro. Torreggiava sopra la piccola macchia che era Blaine, ma non c’era in essa nulla di minaccioso. E neppure di amichevole. Non c’era nulla, per il momento. Era soltanto una massa vivente.

E quella era la parte più difficile, ricordò Blaine a se stesso. Questo era il momento in cui o ce la facevi o fallivi. La mossa che stava per fare avrebbe potuto stabilire lo schema per tutti i suoi futuri rapporti con la cosa che gli stava di fronte.

Perciò rimase perfettamente immobile, senza fare il minimo gesto. Ritirò i sensori, mantenendoli al minimo, e il nastro continuava appena appena a girare.

Ed era duro aspettare, perché il tempo stava quasi per esaurirsi: gliene rimaneva soltanto pochissimo.

Poi sentì lo svolazzare, captò dai sofisticati meccanismi elettronici della macchina che per il momento era il suo corpo: lo svolazzare dell’essere che se ne stava accovacciato, tutto roseo, sul pavimento… lo svolazzare di un pensiero formato solo parzialmente, l’inizio di una comunicazione, il primo passo per rompere il ghiaccio.

Blaine si tese, lottando contro l’esaltazione che lo invadeva. Perché era da sciocco provare un senso di esaltazione, adesso… Non vi era alcuna indicazione certa dell’esistenza di una facoltà telepatica. E tuttavia, quello svolazzare ne aveva proprio il sapore, certe connotazioni…

Continua, si disse, continua!

Aggrappati al tempo che ti rimane!



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