
«È stata dura?» chiese una faccia.
«È sempre dura», disse Blaine.
Uscì dalla sua macchina simile ad una bara e rabbrividì, perché all’improvviso aveva freddo.
«Ecco la sua giacca, signore», disse una delle facce, che sovrastava un camice bianco.
La persona che aveva parlato gli tese la giacca per aiutarlo ad indossarla, e lui l’indossò, a fatica.
La stessa persona gli porse un bicchiere, e lui bevve un sorso e seppe che era latte. Avrebbe dovuto saperlo prima. Non appena qualcuno ritornava, gli davano un bicchiere di latte. Con dentro qualcosa, forse? Non aveva mai pensato di domandarlo. Era una delle tante piccole cose che ai suoi occhi caratterizzavano l’Amo: per lui e per tutti gli altri come lui. L’Amo nel suo secolo di esistenza, o forse più, era riuscito ad accumulare tutta una serie di tradizioni, tutte più o meno stravaganti.
Era il ritorno (che adesso gli appariva familiare, mentre se ne stava ritto, e sorseggiava il suo bicchiere di latte) nella grande sala operativa, con le sue file di luccicanti macchine delle stelle: alcune erano chiuse, altre aperte. E nelle macchine chiuse giacevano altri come lui. I loro corpi rimanevano lì, e le loro menti andavano lontano, nello spazio.
«Che ore sono?» domandò.
«Le nove di sera», disse un uomo, che teneva in mano una tabella.
L’estraneità stava di nuovo tornando nella sua mente, e ancora una volta rivisse quelle parole: Ehi, amico. Scambio la mia mente con la tua.
E adesso, alla luce della ragione umana, era una cosa assolutamente pazzesca. Probabilmente, era una formula di saluto. Un equivalente della stretta di mano. Una stretta di menti. E, a pensarci bene, era molto più sensato di una stretta di mano.
Una ragazza gli sfiorò il braccio con una mano.
«Finisca il latte», gli disse.
