
Se era una stretta di mente, era qualcosa di duraturo, perché la mente era rimasta. Adesso poteva sentirla: era una cosa aliena e sudicia, acquattata appena al di sotto del livello della sua coscienza.
«La macchina è ritornata in buone condizioni?» chiese.
L’uomo che teneva in mano la tabella annuì.
«Sì, nessun guaio. Abbiamo mandato giù i nastri».
Mezz’ora, pensò Blaine, con calma, e si sorprese di essere così calmo. Mezz’ora: era tutto il tempo che aveva, perché era il tempo necessario per analizzare i nastri. Esaminavano sempre i nastri dell’esplorazione non appena arrivavano: questo lo sapeva benissimo.
E lì doveva esserci tutto: tutti i dati, che raccontavano l’intera faccenda. Non vi sarebbe stato il minimo dubbio su ciò che era accaduto. E, prima che lo leggessero, lui doveva essere fuori portata.
Tornò a guardarsi intorno, e ancora una volta provò il brivido di soddisfazione e di orgoglio che aveva provato, tanti anni prima, quando lo avevano condotto per la prima volta in quella sala. Perché quello era il cuore stesso dell’Amo: era da lì che ci si lanciava lontano lontano, era da lì che ci si immergeva in luoghi immensamente distanti.
Sarebbe stato duro andarsene, lo sapeva: sarebbe stato duro voltare le spalle a tutto, perché lì c’era una parte di lui.
Ma non c’erano dubbi: lui doveva andarsene.
Finì il latte, e restituì il bicchiere vuoto alla ragazza. Si girò verso la porta.
«Un momento», disse l’uomo, tendendogli la tabella. «Ha dimenticato di firmare, signore».
Brontolando, Blaine staccò la matita dalla tabella e firmò. Era una sciocchezza, ma una sciocchezza rituale. Bisognava firmare alla partenza e bisognava firmare di nuovo al ritorno, e bisognava tenere la bocca chiusa, e l’intera organizzazione dell’Amo si comportava come se fosse certa che tutto sarebbe andato a rotoli se qualcuno avesse dimenticato la minima formalità.
