Il comandante diede un’occhiata all’indicatore di distanza. L’oggetto-fantasma eseguiva ancora le sue folli picchiate, precipitandosi verso la Llanvabon e schizzandone via precipitosamente. L’altra indicazione di qualcosa a ottantamila miglia si muoveva appena.

«Si sta spostando», sottolineò, asciutto, il comandante. «E nella nostra direzione. Proprio quello che noi stessi faremmo se una strana astronave comparisse sui nostri terreni di caccia. Amichevoli? Forse. Tenteremo di metterci in contatto con loro. Dobbiamo farlo. Ma sospetto che questa potrà essere la fine della nostra spedizione… Ringraziamo Dio che abbiamo i fulminatori!»

I fulminatori sono quei raggi di spaventevole capacità distruttiva che si occupano dei meteoriti recalcitranti lungo la rotta di un’astronave, quando i deflettori non riescono a respingerli tutti. Non sono concepiti come armi, ma possono benissimo funzionare come tali. Possono entrare in azione a una distanza di cinquemila miglia, e attingere a tutta la riserva d’energia della nave. Col puntamento automatico e un brandeggio di cinque gradi, una nave come la Llanvabon era senz’altro in grado di praticare un buco attraverso un asteroide di piccole dimensioni, così da passarci attraverso senza danni. Ma non durante l’iperpropulsione, ovviamente.

Tommy Dort si era avvicinato alla visipiastra di prua. Ora girò di scatto la testa.

«I… fulminatori, signore? E perché?»

Il comandante fece una smorfia, rivolto alla visipiastra che inquadrava l’oggetto invisibile: «Perché non sappiamo come son fatti e non possiamo correr rischi!… Sì, lo so», aggiunse, amaro, «stabiliremo contatto e cercheremo di sapere quanto più possiamo su di loro — soprattutto da dove vengono. Sì, ci sforzeremo di mostrarci amichevoli, ma non abbiamo molte possibilità. Non possiamo fidarci di loro neppure d’una frazione di centimetro. Non possiamo osarlo! Essi dispongono di localizzatori.



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