
Staccò il dito dal pulsante. D’un tratto parve invecchiato. Il primo contatto dell’umanità con una razza aliena era un’eventualità che era stata ipotizzata in molti modi diversi, ma mai in una situazione angosciosa come quella. Una solitaria nave terrestre e una nave aliena altrettanto solitaria che s’incontravano in una nebulosa senz’altro lontanissima dai pianeti d’origine di entrambe. Potevano far mostra di desiderare la pace, ma la miglior linea da seguire, se si aveva intenzione di attaccare a tradimento, era proprio quella di fingersi amichevoli. Il non mostrarsi sospettosi poteva segnare la condanna della specie umana… e d’altra parte un pacifico scambio dei frutti delle rispettive civiltà avrebbe costituito il più grande beneficio immaginabile. Qualunque errore sarebbe stato irreparabile, ma il non stare sul chi vive avrebbe potuto avere conseguenze fatali. La cabina di comando era molto, troppo tranquilla. La visipiastra a prua mostrava ormai una sezione assai piccola della nebulosa. Era tutta nebbia diffusa, amorfa, luminescente. Ma d’un tratto Tommy. Dort puntò il dito:
«Là, signore!»
C’era una piccola forma nella nebulosità. Era molto lontana. Appariva nera e opaca, non lucidata a speccho com’era invece la superficie esterna della Llanvabon. Era bulbosa, quasi una forma a pera. La luminosità, per quanto rarefatta, che si stendeva in mezzo a loro, impediva di riconoscere i particolari, ma non era certo un oggetto naturale. Poi, Tommy diede un’occhiata all’indicatore di distanza e annunciò con calma: «Sta puntando verso di noi ad altissima accelerazione, signore. Ci sono buone probabilità che stiano pensando la stessa cosa… che nessuno di noi due oserà consentire all’altro di seguirlo fino a casa. Pensa che tenteranno un contatto con noi, oppure che si scateneranno con le loro armi non appena si troveranno a portata di tiro?»
