La Llanvabon non si trovava più nella «fossa», in quell’abisso di vuoto assoluto che sprofondava nel cuore della nebulosa. Adesso nuotava nella luminescenza. E non si vedeva più nessuna stella, salvo i due ardenti bagliori del sistema doppio nel cuore della nebulosa. Tutt’intorno allo scafo non c’era altro, se non quella luminosità che tutto permeava, creando una sensazione simile a quella che si sarebbe provata dentro un acquario tropicale sulla Terra.

La nave aliena se non altro non diede segno di voler scatenare subito le ostilità. Quando fu più vicina alla Llanvabon, decelerò. La stessa Llanvabon, dopo esserle andata incontro, si era fermata del tutto. La sua decelerazione era stata un ovvio riconoscimento della vicinanza dell’altra nave. Il suo fermarsi era allo stesso tempo un segno amichevole e una precauzione nei confronti di un possibile attacco. Relativamente immobile lì nello spazio, poteva sempre, però, ruotare su se stessa così da fornire il bersaglio minore allo scatenarsi d’un attacco in forze, e avrebbe avuto un più lungo intervallo utile di sparo se l’altra nave le fosse guizzata lungo il fianco.

La tensione salì al massimo al momento dell’approccio vero e proprio. La prua aghiforme della Llanvabon era puntata con ferma decisione contro lo scafo alieno. Un contatto azionabile nella cabina di comando consentiva al capitano di scatenare in una minima frazione di secondo l’intera potenza dei fulminatori. Tommy Dort stava osservando, corrugando la fronte. Gli alieni dovevano possedere un alto grado di civiltà se disponevano di navi spaziali, e le civiltà non si sviluppano se non si accompagnano a un alto grado di prudenza. Quegli alieni dovevano ben conoscere tutte le implicazioni di quel primo contatto fra due specie civilizzate, all’identico modo in cui le conoscevano gli umani dentro la Llanvabon.



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