
«Che c’è nella cassetta?» chiese Elizabeth.
«Infinite ricchezze,» rispose Drayton vuotando il bicchiere.
Lo precedetti su per le scale fino alla mia camera da letto, e lui mi seguì trascinando un po’ la gamba sotto il peso della cassetta.
«Dove vuoi che la metta, moglie?» mi domandò quando fummo entrati. «Nell’angolo?» Abbassò la cassetta e si piegò verso la parete, la mano appoggiata sulla gamba. «Sono troppo vecchio per portare pesi del genere.»
Mi appoggiai contro la porta. Lui si raddrizzò e mi guardò, il volto sconosciuto segnato da rughe tristi e profonde.
«Dov’è mio marito?» gli domandai.
«Dov’è il testamento?» chiese.
Pensavo che dormisse e mi ero diretta silenziosamente verso la porta per vedere se fosse arrivato John. «Devi smetterla di parlare di testamenti e cercare di dormire,» dissi, rincalzando le lenzuola sotto il materasso in modo che non le facesse scivolare a terra. Il materasso fece un rumore frusciante.
Si mise a sedere, poi tornò a sdraiarsi. «Mi sembrava di aver sentito Joan.»
«Non temere,» dissi. «Non verrà. È in lutto.»
Mi guardò come se non capisse di cosa stessi parlando. Aggiunsi: «Suo marito è morto dieci giorni fa.»
«Di febbre perniciosa? O per troppo rumore?» disse, e mi sorrise, poi il suo viso si intristì, e le rughe sembrarono incavarsi. «Non mi ha riconosciuto.»
«No, ed è meglio che sia stato così.»
«Meglio, sì,» disse. «Quando si sono avvicinate a me, all’inizio, pensavo che non sarebbe stato possibile. Magari qualcuna avrebbe detto, lo riconosco dalla voce, o dallo spirito, o dal portamento. Ma nessuna lo ha detto. Tutte ci credevano, e alla fine ci ho creduto anch’io, e sono arrivato a convincermi di avere una moglie e delle figlie.»
«Tu le hai,» dissi.
«Dov’è mio marito?» avevo chiesto, e dapprima lui non mi rispose, ma aveva emesso un lungo sospiro, come di sollievo.
