
«Siamo già a questo periodo dell’anno,» dissi. «Puoi tenermi la classe domani mattina durante la tua ora libera? Ho un incontro con la Harrows.»
«Posso tenerli per tutta la mattina. Falli venire nella mia aula. Stiamo tacendo il “Thanatopsis”. Una trentina di ragazzi in più non faranno nessuna differenza.»
«Il “Thanatopsis?”» domandai, colpita. «Tutto intero?»
«Tutto tranne i versi dieci e sessantotto. È un poema tremendo, lo sai. Credo che nessuno lo abbia capito abbastanza da protestare. E non rivelo a nessuno che cosa significhi il titolo.»
«Su con la vita,» disse Greg. «Forse avremo una bufera di neve.»
Martedì era limpido, con previsioni di temperatura sui venti gradi. Quando arrivai Delilah era fuori dalla scuola, in pantaloni e t-shirt rossa con la scritta “gli studenti dell’ultimo anno contro l’adorazione del demonio nelle scuole”. Brandiva un cartello che diceva “Shakespeare è l’uomo di Satana”. Sia “Shakespeare” che “Satana” avevano errori di ortografia.
«Non cominceremo Shakespeare prima di domani,» le dissi. «Non c’è nessun motivo per cui tu non debba entrare in classe. La signora Miller sta spiegando il “Thanatopsis”.»
«Esclusi i versi dieci e sessantotto. E poi Bryant era un teista, il che è come dire che era un satanista.» Mi porse il figlio di rifiuto e una grossa busta di carta ruvida. «Lì ci sono le nostre proteste.» Abbassò il tono della voce. «Che significa veramente il termine “thanatopsis”?»
«È una parola indiana. Significa “colui che usa la propria religione per non andare a scuola e prendersi una bella abbronzatura”.»
Entrai, presi Shakespeare dall’armadietto blindato della biblioteca ed entrai in ufficio. La signora Harrows aveva già davanti a sé la pratica su Shakespeare e il suo pacchetto di kleenex. «Deve proprio farlo?» mi chiese, soffiandosi il naso.
