
— Sì.
Quando apparve Gregory, primo ufficiale, erano arrivati nella stretta cabina dell’intercom e cercavano a tastoni nella semioscurità. Peaslake se n’era andato da tempo, disgustato.
— M24. Microaltoparlanti riserva, sette e cinque centimetri, modello T2, una serie di sei.
— Sì.
Gregory guardò dentro, spalancò gli occhi e chiese: — Che succede?
— Ispezione ufficiale tra poco. — McNaught diede un’occhiata al suo orologio. — Vada a vedere se il magazzino ha mandato un carico e, se no, perché. Poi farebbe meglio a darmi una mano in modo da lasciare libero Pike per qualche ora.
— Vuol dire che la franchigia è sospesa?
— Ci può scommettere… finché sueccellenza non sarà venuto e andato via. — Gettò un’occhiata a Pike: — Quando lei scenderà in città, si guardi in giro e mi mandi indietro tutti gli uomini dell’equipaggio che trova. Nessuna spiegazione, nessuna scusa. Niente alibi e/o ritardi. È un ordine.
Pike sembrò infelice. Gregory lo guardò scuro, uscì, tornò indietro e disse: — Il magazzino ci porterà la roba nel giro di venti minuti — e guardò malevolo Pike che si allontanava.
— M47. Cavo intercom, schermato, tre rotoli.
— Sì — disse Gregory, mentre mentalmente si prendeva a calci per essere tornato a bordo nel momento sbagliato.
Il lavoro continuò fino a tarda sera e fu ripreso la mattina seguente di buon’ora. Ormai tre quarti degli uomini stavano dandosi da fare dentro e fuori dell’astronave, prendendo il loro compito come se vi fossero stati condannati per reati previsti ma non ancora commessi.
Per muoversi su e giù per i corridoi e le passerelle dell’astronave dovevano spostarsi lateralmente, come granchi nervosi. Ancora una volta era dimostrato che la forma di vita terrestre aveva il terrore della vernice fresca. Piuttosto che farsi una macchia, un uomo avrebbe preferito perdere dieci anni della sua vita sfortunata.
