Nel bel mezzo di quest’atmosfera, a metà pomeriggio del secondo giorno, McNaught sentì che le sue ossa erano state profetiche. Stava recitando la nona pagina mentre Jean Blanchard confermava la presenza e la reale consistenza delle voci enumerate: a due terzi della strada si incagliarono, metaforicamente parlando, e cominciarono ad affondare rapidamente.


Con voce annoiata McNaught disse: — V1097. Tazza smaltata, una.

— È questa — rispose Blanchard toccandola.

— V1098. Anècord, uno.

— Quoi? — domandò Blanchard sgranando gli occhi.

— V1098. Anècord, uno — ripeté McNaught. — Be’, cos’è quella faccia? Questa è la cucina. Lei è il capocuoco. Lei sa che cosa deve esserci in cucina, no? Dov’è questo anècord?

— Mai saputo di questo — dichiarò Blanchard tranquillo.

— Deve averne saputo. È stampato ben chiaro in questo elenco delle dotazioni. Dice: Anècord, uno. Era qui quando siamo partiti quattro anni fa. Lo abbiamo controllato noi stessi e abbiamo firmato la nota.

— Io non ho firmato per niante chi si chiama anecòrd — negò Blanchard. — Nella cuscina non scè niante del genere.

McNaught si accigliò. — Guardi! — E gli mostrò il foglio.

Blanchard guardò e sbuffò seccato. — Io ho qui il forno elettronico, uno. Ho bollitori corazzati, capascità graduata, una serie. Ho casserole bagnomaria, sei. Ma niante anecòrd. Mai sentito. Non so niante di quello. — Allargò le braccia e alzò le spalle. — Niante anecòrd.

— Ci deve essere — insisté McNaught. — E avremo una bella burrasca, se non ci sarà quando arriva Cassidy.



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