
Carr sussultò, fece un passo avanti, si bloccò.
La bionda si fece da parte con un sorriso sardonico.
La ragazza barcollò, ondeggiò per un passo o due, poi continuò a camminare senza voltare la testa.
Nessuno disse niente, nessuno fece niente, nessuno balzò su dalla sedia, nessuno si limitò anche soltanto a sollevare lo sguardo, magari per una rapida sbirciata, anche se tutti là dentro dovevano aver sentito lo schiaffo anche se non l’avevano visto. Ma, pensò Carr, con l’universale riluttanza della classe media a immischiarsi in un qualunque guaio salvo non esservi costretti, fingevano di non essersene accorti.
Carr tornò alla propria scrivania. Sentiva di avere il volto accalorato e la mente in subbuglio. L’ufficio intorno a lui pareva fuori tono, torbidamente sinistro, un po’ come la scena di un incubo: la penombra del centro cittadino che premeva contro le alte finestre un po’ velate dallo sporco, le luci nebbiose sulle scrivanie lucide, le frasi senza senso sospese nell’aria.
L’uomo basso e grasso in blue-jeans aveva già preso il posto della ragazza, ma per il momento Carr lo ignorò. Non tornò a sedersi. Il foglietto su cui la ragazza aveva scribacchiato attirò la sua attenzione. Lo prese e lesse.
State attento alla bionda strabica, al giovane senza una mano e all’uomo più vecchio apparentemente affabile. Ma l’uomo piccolo con la pelle scura e gli occhiali è vostro amico.
Carr si accigliò grottescamente La bionda dagli occhi strabici… Doveva essere quella bionda in carne che l’aveva sorvegliata. Ma in quanto agli altri tre? L’uomo piccolo con la pelle scura e gli occhiali è vostro amico… Pareva una sciarada.
— Grazie, credo di sì — disse in tono casuale l’uomo basso e grasso prendendo qualcosa nell’aria.
