Così, durante i quattro anni successivi mentre lavoravo a tempo pieno come redattore della rivista Science Digest e pubblicavo ogni tanto un racconto di horror o fantascienza, ripresi in mano il mio romanzo e a poco a poco riuscii a dargli piena consistenza: circa 170 pagine.

Nel frattempo, però, la casa editrice William Sloane Associates era inciampata in Greener Than You Think di Ward Moore e in The Well of the Unicom (Il pozzo dell’unicorno) di Fletcher Pratt, due libri che nel tempo hanno acquistato un’invidiabile reputazione ma che allora provocarono il divorzio fra Sloane e il fantastico. Spedii il mio romanzo a tutti gli altri editori di libri rilegati e accumulai rifiuti dopo rifiuti.

Intanto, benché non stimolato da facili successi, il mio bisogno di scrivere si faceva sempre più intenso. Avevo molto materiale e assunsi il mio primo agente, Frederik Pohl, che mi consigliò di inviare il libro a Howard Brown e Bill Hamling, i responsabili della rivista Fantastic Adventures. Lo feci e mi risposero che avrebbero accettato il romanzo se l’avessi ridotto più o meno di un terzo.

Feci ancor meglio; tornai con l’immaginazione al 1943 e ai sentimenti che provavo allora, dimenticai la versione lunga e finii You’re All Alone proprio come avrei voluto fare dal primo momento per Campbell e Unknown (questa, almeno, era la mia impressione). E fui felice di vederlo finalmente pubblicato su una rivista.

Ma ciò non risolveva il problema della versione lunga, che circolava ancora, con lentezza, fra gli editori di libri rilegati. Sembrava un peccato che un lavoro tanto faticoso dovesse languire nell’oblio, e così quando Fred individuò un possibile editore io mi sentii incline a cederglielo fin dall’inizio.



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