Si rese conto di essere in una camera d’hotel. Uno schifoso hotel da due soldi, un posto per ubriaconi infestato dalle pulci. Niente tende, niente bagno. Il tipo di albergo in cui aveva vissuto anni addietro, all’inizio della sua carriera. Quando era uno sconosciuto e non aveva soldi. I giorni bui che scacciava sempre dalla memoria come meglio poteva.

Soldi. Si tastò, scoprì di non indossare più il pigiama da ospedale: portava di nuovo il vestito di seta, tutto spiegazzato. E, nella tasca interna della giacca, la mazzetta di banconote di grosso taglio, il denaro che avrebbe voluto giocarsi a Las Vegas.

Se non altro, aveva quello.

Cercò freneticamente con gli occhi un telefono. Ovviamente non c’era. Però, nell’atrio… Ma chi chiamare? Heather? Al Bliss, il suo agente? Mory Mann, il produttore del suo show televisivo? Il suo avvocato, Bill Wolfer? Oppure tutti quanti, e al più presto?

Tremante, riuscì in qualche modo ad alzarsi. Restò a ondeggiare sui talloni, imprecando per ragioni che non capiva. Era prigioniero di un istinto animale. Si preparò, preparò il suo forte corpo di Sei alla lotta. Ma non sapeva distinguere l’antagonista, e questo lo spaventava. Per la prima volta da quanto riuscisse a ricordare, avvertì il panico.

“È passato molto tempo?” si chiese. Non sapeva dirlo. Sembrava averne perso il senso. Era giorno. Trabi che guizzavano e strepitavano in cielo, oltre il vetro lurido della sua finestra. Guardò l’orologio. Segnava le dieci e trenta. E con ciò? Potevano essere passati mille anni, per quel che ne sapeva. L’orologio non era in grado di aiutarlo.

Ma il telefono gli sarebbe servito. Uscì nel corridoio polveroso, trovò le scale, scese lentamente un gradino dopo l’altro, aggrappandosi al corrimano, finché non si trovò nell’atrio deprimente, deserto, con le vecchie, traballanti poltrone imbottite.



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