— Passami Bill — disse Jason. — Sono Jason Taverner. Hai capito bene chi.

L’impiegata disse: — Oggi il signor Wolfer è in aula. Preferisce parlare col signor Blaine, oppure devo farla richiamare dal signor Wolfer quando rientrerà in ufficio, nel pomeriggio?

— Ma sai chi sono? — chiese Jason. — Sai chi è Jason Taverner? Guardi la tivù? — A quel punto perse quasi il controllo della propria voce; la sentì spezzarsi e salire a un livello acuto. Se ne riappropriò con uno sforzo enorme, ma non riuscì a fermare il tremito delle mani. In realtà, tutto il suo corpo stava tremando.

— Mi spiace, signor Taverner — disse l’impiegata. — Proprio non posso parlare a nome del signor Wolfer o…

— Guardi la tivù?

— Sì.

— E non hai mai sentito parlare di me? Del Jason Taverner Show, alle nove di sera del martedì?

— Mi spiace, signor Taverner. Lei deve conferire direttamente col signor Wolfer. Mi lasci il suo numero di telefono e la farò richiamare in giornata.

Jason riappese.

“Sono impazzito” pensò. “Oppure è impazzita lei. Lei e Al Bliss, quel figlio di puttana. Dio!” Si allontanò distrutto dal telefono, si buttò su una delle poltrone consunte. Stare seduto era una bella sensazione. Chiuse gli occhi e inspirò lentamente, profondamente. E rifletté.

“Ho cinquemila dollari in banconote del governo di grosso taglio” si disse. “Quindi non sono del tutto inerme. E quella cosa è scomparsa dal mio petto, assieme ai suoi tubi di suzione. All’ospedale devono essere riusciti a rimuoverli chirurgicamente. Quindi, se non altro, sono vivo; di questo posso rallegrarmi. C’è stato un salto temporale? Dov’è un giornale?”

Trovò una copia del “Los Angeles Times” su un divano lì vicino, lesse la data: 12 ottobre 1988. Nessun salto temporale. Era il giorno dopo il suo ultimo show. Il giorno dopo il suo ingresso in ospedale, moribondo per colpa di Marilyn.



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