
— Io mi chiudo la lampo tutte le settimane — rispose Jason. — È il mio marchio. O tu non guardi lo show?
— Ma trenta milioni… — disse Al. Il suo viso rotondo, florido, era imperlato di sudore. — Pensaci. E poi ci sono i diritti sulle repliche.
Jason rispose seccamente: — Io sarò morto prima che ci sia da guadagnare qualcosa con le repliche di questo show. Grazie a Dio.
— Probabilmente morirai stasera — commentò Heather — con tutti quei fan accalcati qua fuori. Aspettano solo di farti a pezzettini. Quadratini grossi come francobolli.
— Alcuni sono fan suoi, signorina Hart — disse Al Bliss, con quella sua voce da cane ansimante.
— Dio li maledica. — Il tono di Heather era duro. — Perché non se ne vanno? Non infrangono per caso qualche legge? Vagabondaggio o qualcosa di simile?
Jason le prese una mano e la strinse forte, attirando la sua accigliata attenzione. Non aveva mai capito l’astio di Heather per i fan; per lui, erano la linfa vitale della sua esistenza pubblica. E il suo ruolo di intrattenitore del mondo intero era per l’appunto tutta la sua vita. — Non dovresti lavorare nello spettacolo — disse a Heather, — se è questa la tua reazione. Lascia stare. Fai l’assistente sociale in un campo di lavori forzati.
— C’è gente anche lì — rispose Heather, cupa.
Due agenti della polizia speciale si fecero strada fino a Jason Taverner e a Heather. — Il corridoio è abbastanza sgombro — ansimò il più grasso dei due. — Andiamocene adesso, signor Taverner Prima che il pubblico dello studio si riversi alle uscite laterali. — Fece un cenno agli altri tre agenti, che avanzarono immediatamente verso il corridoio caldo e già in parte affollato che portava alla strada immersa nella sera. Fuori era parcheggiata l’aerauto Rolls, in tutto il suo fulgido splendore, con i razzi di coda che pulsavano pigri. “Come un cuore meccanico” pensò Jason. Un cuore che batteva soltanto per lui, lui che era la star. A dire il vero, pulsavano anche per Heather.
