
— Finché avrò la mia voce — disse, — sarò okay. Avrò quello che voglio. Ti sbagli su di me. Colpa della tua freddezza da Sei, della tua cosiddetta individualità alla quale tieni tanto. D’accordo, se non vuoi andare a Zurigo, dove vuoi andare? A casa tua? A casa mia?
— Voglio sposarti — rispose Heather. — Così non si tratterebbe più di casa tua o di casa mia, ma di casa nostra. E smetterò di cantare e avrò tre figli, tutti identici a te.
— Anche le bambine?
Heather disse: — Saranno tutti maschi.
Lui si chinò a baciarla sul naso. Lei sorrise, gli prese una mano, la accarezzò con affetto. — Stasera possiamo andare ovunque — le sussurrò lui, a voce bassa, controllata, e con un tono quasi paterno: di solito funzionava con Heather, a differenza di tutto il resto. “A meno che” pensò lui “io non me ne vada.”
Lei lo temeva. A volte, durante i loro litigi, specialmente nella casa di Zurigo dove nessuno poteva vederli o interferire, Jason aveva scorto quella paura sul viso di Heather. L’idea di restare sola la terrorizzava; lui lo sapeva; e anche lei; la paura faceva parte della loro vita in comune. Non della vita pubblica: su quella, da veri professionisti quali erano, avevano un controllo completo, razionale. Per quanto potessero arrivare a sentirsi rabbiosi e quasi degli estranei, sarebbero stati una coppia perfetta agli occhi adoranti degli spettatori, della gente che scriveva lettere, dei fan rumoreggianti. Nemmeno l’odio più puro poteva trapelare.
Anche se, in realtà, non poteva esserci odio tra loro. Avevano troppo in comune. Ricevevano così tanto l’uno dall’altro. Anche il semplice contatto fisico, come il fatto di trovarsi insieme sulla Rolls, li rendeva felici. Perlomeno, finché durava.
