
— Be’, credo di sì.
Prendendo un’altra bicicletta Oscar diceva: — Be’, farò un po’ di strada con lei per essere sicuro. Torno subito, Ferd. — Ferd annuiva sempre, cupo. Sapeva che Oscar non sarebbe tornato subito. Più tardi Oscar diceva: — Spero che tu abbia fatto un buon lavoro nel negozio, come l’ho fatto io nel parco.
— Lasciarmi qui solo tanto tempo — borbottava Ferd.
Di solito a quel punto Oscar prendeva fuoco. — Va bene, allora la prossima volta vai tu e io resto qui. Figurati se ti lesino un po’ di spasso. — Ma naturalmente sapeva che Ferd, alto, magro, e con gli occhi sporgenti, non ci sarebbe andato. — Ti fa bene — diceva Oscar picchiandosi il torace. — Ti fa crescere i peli sul petto.
Ferd borbottava che sul petto aveva già tutti i peli che gli servivano. Dava un’occhiata nascosta agli avambracci, che erano ricoperti di una lunga peluria nera mentre gli omeri erano lisci e bianchi. Era già così al liceo e qualcuno lo prendeva in giro: “Ferdi lo struzzo” lo chiamavano. Sapevano che gli dispiaceva, ma lo facevano lo stesso. Come era possibile, si chiedeva allora, e se lo chiedeva anche adesso, che la gente ferisse deliberatamente qualcuno che non gli aveva fatto niente? Com’era possibile?
Si preoccupava anche di altre cose: in continuazione.
— I comunisti… — Scuoteva il capo sul giornale.
Oscar gli dava un parere sui comunisti con due brevi parole. Oppure si trattava della pena capitale. — Oh che cosa terribile — gemeva Ferd — se un innocente fosse condannato a morte. — Oscar ribatteva che era sfortunaccia sua.
— Passami il levacopertoni — concludeva Oscar.
Ferd si preoccupava anche per i piccoli contrattempi degli altri. Come quella volta che era venuta una coppia in tandem con il seggiolino per il bambino. Tutto quello che volevano era rigonfiare gratis le gomme; poi la donna aveva deciso di cambiare il pannolino e si era rotta una spilla di sicurezza.
