
Andrew Klavan
Shadowman
A Spencer
NOTA DELL’AUTORE
Oggi io la chiamo l’Agenzia, ma il nome sulla porta era Weiss Investigations. Ho raccontato quelle storie così tante volte a mia moglie, ai miei figli, ai miei amici, che dire Agenzia è ormai più che sufficiente; sanno a che cosa mi riferisco.
Mi hanno a lungo sollecitato a scriverne. «Quando ti deciderai a fare qualcosa di serio?» mi dicevano. Intendevano un libro basato su storie vere, non i thriller di fantasia che scrivo abitualmente per guadagnarmi da vivere. Ma più cercavo di trovare il modo di raccontare dell’Agenzia, di Weiss, Bishop e tutto il resto, più mi convincevo che i fatti, per quanto reali, non sarebbero riusciti a riprodurre la verità di quell’esperienza. E adesso che mi sembra finalmente arrivato il momento giusto per mettere gli eventi sulla carta — i fatti reali che io ho visto o di cui mi hanno parlato e a cui, in qualche modo, ho assistito — mi ritrovo a plasmarli, a scriverli come un qualsiasi altro romanzo, inserendo dialoghi che non posso aver sentito e pensieri che non ero certamente in grado di conoscere, e persino alcuni eventi che potrebbero essersi verificati, o forse no.
Il rischio di tale metodo di lavoro è, naturalmente, che voi non mi crediate, che pensiate che la vicenda sia così «romanzesca» da essere inventata. E ciò sarebbe un peccato, poiché quanto leggerete per lo più è successo davvero. Non si tratta solo dei riferimenti ad avvenimenti e luoghi, ma anche delle questioni più profonde, quelle che riguardano i sentimenti e gli stati d’animo dei personaggi. Le persone coinvolte hanno condiviso gran parte di questa vicenda con me, e credo, all’epoca, di essere stato un buon confidente. Ero giovane, dopotutto, appena uscito dalla scuola, un avido ascoltatore. Inoltre ero uno straniero, uno dell’Est capitato sulla costa ovest, uno scrittore alle prime armi che aveva accettato il lavoro all’Agenzia solo per fare un po’ di esperienza e racimolare qualche quattrino.
